Laicità e mondo accademico: un’introduzione alla sezione monografica

di Sara Giorgetti e Filippo Mariani

 

La scelta di affidare al cardinale Matteo Maria Zuppi la lectio magistralis per la cerimonia di inaugurazione dell’A.A. 2022/2023 dell’Università degli Studi Roma Tre ci ha stimolato a riflettere ancora sulla vexata quaestio se l’università pubblica italiana sia davvero laica. Il coinvolgimento del cardinale, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e vicino alla Comunità di Sant’Egidio, nell’ambito della cerimonia, con una lectio dal titolo “Educazione ai diritti e alla pace”, ha da subito generato le proteste della UAAR, che si è impegnata in una raccolta firme con l’intenzione di ottenere l’annullamento dell’invito in nome «dei principi fondamentali del nostro ordinamento (italiano, ndr) in generale, laicità e pluralismo, e di quello universitario, scienza e ragione, nello specifico»[1].

Ma cosa si intende per “laicità”? È giusto escludere, in nome del principio di laicità, esponenti religiosi dalla vita degli atenei pubblici?

Secondo alcuni, come l’UAAR, sicuramente sì, secondo altri, che a volte non vedono neanche il problema, no. Per un’altra parte ancora, invece, la risposta è meno netta. L’esclusione, infatti, pregiudicherebbe il confronto di idee che è uno dei presupposti fondamentali dell’insegnamento universitario. Il punto, dunque, non consisterebbe nell’escludere le religioni da ogni istituzione pubblica, ma nel coinvolgerle in un’ottica pluralistica, ossia garantendo che nessuna di esse assuma una posizione di privilegio.

 Nel 2023, comunque, un invito al cardinale Zuppi risulta comprensibile se si richiama alla memoria la sua storia personale, ossia quando agli inizi degli anni ’90 si impegnò con successo come mediatore della guerra civile in Mozambico. Il Vaticano di Papa Francesco risulta, ad oggi, forse l’unico Stato occidentale che ricerca concretamente una soluzione diplomatica del conflitto russo-ucraino ed è notizia del 20 maggio che proprio a Matteo Maria Zuppi è stata affidata dal Santo Padre «una missione […] che contribuisca ad allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina, nella speranza […] che questo possa avviare percorsi di pace»[2]. Di educazione alla pace e rispetto dei diritti dell’uomo contrapposti alle colpe della guerra e alla cultura dei muri parla il cardinale nella sua lectio magistralis, esprimendo preoccupazione per un Parlamento Europeo che rigetta con ampia maggioranza la possibilità di apertura di un negoziato.

Mentre l’Università Roma Tre invitava il cardinale Zuppi a parlare di pace e di diritti, l’Università del Salento proponeva lo stesso argomento al direttore di Limes Lucio Caracciolo. Tuttavia, è possibile affermare che una scelta sia migliore dell’altra, appellandosi al principio della laicità dell’Università? L’ateneo romano avrebbe dovuto invitare un altro esperto di quei temi, evitando un rappresentante della Chiesa cattolica solo in quanto rappresentante della Chiesa cattolica? Senz’altro parrebbe più sensato discutere, come detto, di un’eventuale “esclusiva” della fede cattolica, rispetto ad altre, in simili eventi. In ogni caso, una lectio come quella del cardinale Zuppi solleva anche altri interrogativi. Sebbene infatti sia ben chiaro il messaggio di pace dell’intervento, non si può dire altrettanto sui diritti. Accanto al diritto alla cultura e al diritto alla pace, Zuppi cita concetti più vaghi come il diritto «alla libertà dalla paura» o il «diritto alla speranza»[3]. Una scelta che rafforza la critica dell’UAAR per l’invito a parlare di educazione ai diritti rivolto a un rappresentante di una Chiesa cattolica che spesso è restia all’ottenimento di quelli che, in uno Stato laico, dovrebbero essere considerati diritti fondamentali (fine vita, aborto, parità di genere, parità di diritti per la comunità lgbtq+, ecc.) e che non vengono affatto menzionati nell’intervento. Quest’assenza pone solide le basi per un ulteriore interrogativo: che tipo di confronto deve avere l’Università pubblica italiana con la Chiesa cattolica o con le altre fedi religiose? Inclusività vuole significare rinuncia ai valori che un’Università laica dovrebbe fare propri in quanto snodo culturale oppure, al contrario, l’educazione dovrebbe andare in direzione di una «laicità inclusiva»[4], prendendo in prestito e allargando ai diritti il concetto espresso da Mario Ferrante in occasione della cerimonia d’Inaugurazione dell’A.A. 2015/2016 all’Università di Palermo, secondo cui le differenti identità di ciascun individuo lo rendono unico ma, allo stesso tempo, una persona come tutte le altre?

La sezione monografica del presente numero di ERENews si apre proprio con la domanda che nasce spontanea di fronte a queste constatazioni: che cos’è la laicità?

Dopo una prima raccolta di frasi pronunciate da personaggi di spicco del mondo della politica e della Chiesa cattolica, che forniscono sinteticamente il proprio punto di vista sulla questione, abbiamo studiato il termine “laicità” nella prospettiva di tre pensatori contemporanei: il filosofo e teologo indo-catalano Raimon Panikkar (Barcellona, 1918 – Tavertet, 2010), il teologo italiano Carlo Molari (Cesena, 1928 – Cesena, 2022) e il filosofo italiano Giorgio Agamben (Roma, 1942). Queste tre figure, che provengono da orizzonti culturali estremamente variegati, interpretano ciascuno a suo modo il concetto di “laicità” ed il rapporto dualistico Stato-Chiesa, fornendo una tangibile dimostrazione della complessità e della molteplicità di sfaccettature che la tematica possa racchiudere in sé. In seguito, abbiamo scelto di proporre un’analisi del rapporto tra laicità e diritto, con un’attenzione particolare per il contesto nazionale ed europeo: a partire dalla Costituzione italiana e da alcuni elementi di diritto italiano e internazionale, ci siamo interrogati su quali siano i termini giuridici e gli elementi concreti che vanno a connotare la laicità di uno Stato.

Solo in seguito a questa analisi abbiamo deciso di provare a indagare specificamente il rapporto tra la laicità ed il mondo accademico, limitando il campo di indagine, per questo numero, alle sole università italiane. Ci siamo dunque chiesti se l’università italiana si possa definire laica e se esista un unico modo di intendere questo concetto in tutto il territorio nazionale o se, al contrario, lo stesso termine sia interpretato quotidianamente secondo una molteplicità di sfaccettature, che caratterizzano ogni singolo ateneo. Sono stati presi in esame, in primo luogo, gli statuti delle università, dalla lettura dei quali è emersa una netta distinzione tra università private e pubbliche. La nostra attenzione si è concentrata soprattutto sugli atenei pubblici, che intendono in modo libero e variegato il tema della laicità, come è emerso da un’analisi a campione effettuata sugli statuti e sulle cerimonie di inaugurazione degli anni accademici. In queste occasioni vengono chiamati ad intervenire personaggi di spicco del panorama italiano ed internazionale: la scelta delle personalità invitate talvolta costituisce un interessante spunto di riflessione per indagare come ciascun ateneo declini il concetto di “laicità”.

[1] https://firma.uaar.it/zuppi-a-roma-tre/

[2] https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-05/sala-stampa-vaticana-missione-cardinale-zuppi-ucraina-pace.html

[3] https://apps.uniroma3.it/ateneo/memo/files/allegato_70396ea0-5cb7-49b4-aa25-f357e7ec343a.pdf

[4] Ferrante, Diritto, religione, cultura.

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